Gli investimenti in sussidi
alle rinnovabili possono avere impatti macroeconomici ed occupazionali negativi e non sono efficienti, in quanto un posto di lavoro nel settore delle fonti di energia rinnovabile costa poco meno di cinque posti di lavoro nell'economia generale ed è pari a quello di sette posti di lavoro nel settore industriale.
È quanto afferma uno studio elaborato dall'Istituto Bruno Leoni, illustrato dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, nel corso di un'audizione presso la Commissione Territorio, ambiente e beni ambientali del Senato nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative e rinnovabili.
Ferrante: confronto improprio
Pronta la replica del senatore Francesco Ferrante del Pd. È indubbio – rileva Ferrante - che gli incentivi per alcune fonti rinnovabili, in particolare per il fotovoltaico, sono tra i più elevati nel mondo - non a caso il terzo Conto energia approvato dalla Conferenza Stato-Regioni-Enti locali prevede una loro significativa riduzione - ma desta serie perplessità la scelta di stabilire un confronto, assolutamente improprio, tra le potenzialità occupazionali del settore delle rinnovabili e quelle di comparti diversi da quello dell'energia. Per il senatore Pd, inoltre, affermare apoditticamente che gli incentivi alle rinnovabili possono avere impatti macroeconomici ed occupazionali negativi finisce con il fare apparire un caso di follia collettiva il sostegno alle rinnovabili assicurato convintamente da tutti i principali Stati anche al fine di affrontare la crisi economica in atto.
Ribattendo alle osservazioni di Ferrante, Stagnaro ha osservato che la domanda se “il sostegno assicurato nei principali Paesi alle rinnovabili costituisce un caso di follia collettiva” andrebbe rivolta ad un politologo e non ad economisti. Inoltre fa presente che, nel valutare le ricadute occupazionali delle rinnovabili, si è tenuta presente la realtà economica generale, e non il solo comparto dell'energia, per tre ragioni rappresentate rispettivamente dalla disomogeneità dei dati relativi al settore energetico, dalla circostanza per cui le risorse destinate alle rinnovabili non vengono sottratte alle fonti tradizionali, bensì prelevate sulla bolletta, e dal fatto che la produzione di energia mediante impianti eolici è intermittente, non programmabile e non sostitutiva della produzione da fonti tradizionali.
Ricadute occupazionali con le rinnovabili
Durante l'audizione il direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, dopo aver illustrato succintamente l'impiego di sussidi al settore delle rinnovabili negli Stati Uniti, in Danimarca (conto capitale pari al 30% e supporto R&D) ed in Germania (Feed-in tariff dal 1991, rinnovata nel 2000), si è soffermato sui dati relativi alle ricadute occupazionali in Italia nel settore fotovoltaico ed eolico. Nel 2009 si stimano nel primo settore circa quindicimila posti di lavoro a fronte di 110 milioni di euro derivanti dal Conto Energia e, nel secondo settore, circa ventottomila posti di lavoro a fronte di 507 milioni di euro di sussidi ottenuti per mezzo del meccanismo dei Certificati Verdi.
I veri ostacoli allo sviluppo delle rinnovabili
In audizione è intervenuto anche Diego Menegon, fellow dell'IBL, il quale ha sottolineato che i principali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi comunitari e allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili non risiedono nella carenza di incentivi adeguati e non possono essere superati con sussidi più generosi. Le cause di una limitata realizzazione di investimenti nel settore risiedono invece nella non corretta applicazione della normativa nazionale, nella condizione di sostanziale incertezza del diritto nella quale agiscono gli operatori del settore nonché nella complessità e nella eccessiva durata dei procedimenti di autorizzazione. Alcune Regioni infatti hanno manifestato la tendenza a disapplicare l'articolo 12, comma 3, del decreto legislativo n. 387 del 2003, che richiede l'autorizzazione unica per l'impianto e per le opere connesse. Inoltre, accade spesso che si realizzino impianti impossibilitati ad immettere nel sistema elettrico l'energia da produrre e che le procedure autorizzative si arenino a causa del crescente contenzioso amministrativo e costituzionale.
Approvate le Linee guida nazionali
Secondo l'Istituto Bruno Leoni i margini di incertezza del quadro giuridico possono essere però ridotti, oltre che mediante una più fedele applicazione ed attuazione a livello regionale delle norme-quadro nazionali e una più celere risoluzione delle controversie, anche grazie ad una normativa statale chiara e coerente con i principi costituzionali della libertà di impresa. Importante è stata quindi l'approvazione giovedì scorso in Conferenza Stato-Regioni-Enti locali delle Linee guida nazionali che definiscono criteri unitari e procedure semplificate per gli impianti da rinnovabili sul territorio nazionale.
Le proposte
Secondo Menegon l'imparzialità dell'azione amministrativa e la piena attuazione del principio della libertà di stabilimento possono essere conseguite attraverso il riferimento ad una discrezionalità tecnica della amministrazione pubblica che sia esercitata sulla base di criteri oggettivi pertinenti e che prescinda da valutazioni politiche. Le linee guida non dovrebbero inoltre prevedere l'obbligo di allegare alla domanda di autorizzazione una relazione sulle ricadute sociali, occupazionali ed economiche, allo scopo di evitare che le regioni continuino a subordinare l'autorizzazione al soddisfacimento di determinati requisiti.
Nel corso dell'audizione è emerso che la realizzazione degli impianti da rinnovabili è spesso scoraggiata da tempi burocratici eccessivamente lunghi ed insostenibili sotto il profilo economico, ed è stata proposta l'applicazione del termine di centottanta giorni per la conclusione dell'iter di approvazione, comprensivo anche della valutazione di impatto ambientale (VIA), oppure l'elevazione della soglia oltre la quale si richiede di assoggettare il progetto a VIA. Risulta inoltre opportuno sottoporre a denuncia di inizio attività (DIA) la realizzazione di impianti sino ad 1 MW, come già previsto dalla legge comunitaria 2009, nonché definire una nuova articolazione delle fasi della VIA per ridurre la durata complessiva del procedimento.
Più vantaggi con le biomasse
Secondo il senatore Andrea Fluttero (PdL), valutare il costo economico degli interventi tedeschi di sostegno alle rinnovabili non è possibile senza considerare che in Germania esiste una forte produzione di energia da carbone, materia prima disponibile in loco, e una significativa produzione da nucleare. Concorda sul punto del particolare mix energetico che caratterizza il caso tedesco l'Istituto Bruno Leoni, il quale sottolinea anche che rispetto a fonti come il fotovoltaico e l'eolico, le biomasse presentano una maggiore intensità di manodopera, e sono pertanto suscettibili di determinare maggiori ricadute occupazionali, offrendo anche il grande vantaggio di essere programmabili. In ogni caso gli schemi di sussidio alle rinnovabili, essendo giustificati essenzialmente da esigenze ambientali, dovrebbero essere il più possibile neutrali rispetto al tipo di tecnologia impiegata.
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